BIOS REVIEWS

Indiezone - album della settimana

Bios - Looking up to the sky
VOTO 4 su 5

Ecco a voi un’ ottima autoproduzione proveniente dal succulento sottobosco indie lombardo.
Con questo mini-album i Bios muovono il primo importante passo nell’alternative rock nostrano dopo aver dato alla luce due demo.
Il suono della band di Merate (Lecco) colpisce al primo ascolto per la sua natura sofisticata e variegata che alterna passaggi cupi (che mi hanno rimandato a certi Cure), come nella traccia d’apertura “Ready to fly”, una vera perla, ad altri apparentemente meno inquieti come “Changes”, ma che celano sempre una certa tensione di fondo, individuabile anche nelle liriche.
Un sound che, inoltre, dà l’idea di avere derivazioni chiaramente anglosassoni, al di là del cantato in inglese, tanto che ad occhi chiusi avrei scommesso sulla provenienza d’oltremanica dei Bios. Molto affascinante anche l’inserimento vocale, in linea con le atmosfere distorte del disco, e carico di pathos decadente. A rendere ancora più appetibile questo lavoro è il mai banale inserimento di synth, tastiere e suoni elettronici, che agiscono in maniera determinante sul tessuto sonoro della band, amalgamandosi alla perfezione con una sezione ritmica quadrata e chitarre vibranti, donando al risultato finale quel “quid” che allontana “Looking up to the sky” dalla semplice sufficienza.
Dunque, i Bios riescono con queste otto tracce a rapire l’ascoltatore e a portarlo a guardare alto nel cielo, nelle illusioni e nei desii della vita di tutti i giorni, vagabondando fra nenie strazianti (”Tired businessman”) e ricordi ossessivi (”Hotel”), attraverso brani pregni dei sentimenti più svariati, da “Summer is here” fino a “Split-up” ed “Every day”.
C’è spazio anche per un’ inaspettata ghost track acustica che chiude definitivamente questo viaggio affascinante in una dimensione soffice e intimista.
Mi auguro di riascoltare presto i Bios, magari con un’uscita sulla lunga distanza. Meritano davvero questi ragazzi.

Roberto Capuano


Rockerilla, Novembre 2005

Bios - Looking Up To The Sky
VOTO 5 su 5

Provate ad alternare l’indie rock dei Bios, agli Okkervil River e agli Ultraviolet Makes Me Sick. Questo “Looking Up To The Sky” riesce ad esprimere maliconia, apatia, disperazione con le tonalità acquarello che sono care a loro come a noi, con quei suoni e quelle ritmiche di stampo britannico pregne del maltempo interiore tipiche dello shoegaze e di certa darkwave. Quasi post-rock. Chitarre dilatate, tastiere eteree, un synth spettrale ed un cantato in continua ricerca di una stabilità armonica. Già i Joycut, sempre in ambito di autoproduzioni italiane, ci avevano colpito con una proposta dall’attitudine simile, ma l’ottimo risultato raggiunto dai Bios appare stupefacente. Soprattutto quando piove.

Antonio Bergero


Kathodik

Bios - Looking Up To The Sky
Voto: 3 su 5

“Looking Up To The Sky”, guardare al cielo per fuggire e lasciare da parte le preoccupazioni che assillano il quotidiano; storie di personaggi annoiati e sognatori, letteralmente, con la testa tra le nuvole.
Questo, in soldoni, il tema dell’esordio autoprodotto dei Bios, giovane formazione di Merate (LC): un tema svolto bene, che rende l’idea mescolando efficacemente sonorità wave pop di inconfondibile matrice inglese (penso ai Depeche Mode e a certo Liverpool sound…dei Teardrop Explodes meno psichedelici?) con l’immediatezza dell’indie rock americano degli Anni Novanta (R.E.M. su tutti, ma anche sentori di Pixies ultimo periodo); e così, se tastiere e synth fanno il pieno di malinconia alle iniziali Ready To Fly e Tired Business Man, Take Me Away è già più frizzante, e si nota subito la maggiore attenzione nella ricerca di melodie dalla presa facile: sensazione confermata in pieno dai brani successivi, specie Hostel, la più indie rock del lotto, e Changes, ricca di chitarre ridotte all’osso, tastierine che sembrano giocattoli, e una voce che canta come un Morrisey americano candidato a frontman dei Pavement.
Senza infamia e senza lode gli altri brani, tra cui si segnala una bella ghost track acustica di sole chitarra e voci.
Un pò sfocati i brani più malinconici e quieti (nei quali poi, in certi passaggi, la voce sembra più attenta all’intonazione che a comunicare davvero qualcosa, e le tastiere spesso abbondano più del dovuto), che non convincono in pieno, i Bios rendono sicuramente meglio negli episodi più vivaci, che non mancano di ritornelli facilmente ed efficacemente comunicativi; manca forse quel pizzico di personalità in più che ti permette di farti largo nella mischia.

Alessandro Gentili


Troublezine

Bios - Looking Up To The Sky

Da diverso tempo nella mia mente la scuola indie britannica e quella americana si affrontano in bagliori di spade laser come Luke Skywalker e Darth Vader in Star Wars, inutile dire che il bene ( la prima ) vince sempre, per quanto in molti non siano dello stesso parere. Tutto questo solo per fare un annuncio :
” Skywalker Jr. sta iniziando a sentirsi sempre maggiormente attratto dal lato oscuro ed è a metà strada tra la Millenium Falcon e la Morte Nera ! “. Tutto questo a causa dei Bios.
Quello che sto cercando di dire è che , udite udite, una band italica fonde bene le due realtà tanto da lasciarmi interdetto ad urlare verso il cielo :
” Sono Ride ! I Pavement ! I CandySkins che suonano gli Smashing Pumpkins ! Gli Oasis che fanno college rock da influenze wave ! Gli Inspiral Carpets in tragica overdose da Valium ! MA NO, SONO I BIOS ! “.
Otto pacchetti confezionati con amore in quel di Merate e contenenti sinfonie dolciamare di chitarre potenti e melodiche che si fanno largo tra la polvere di asteroidi shoegaze ed insistenti sette note in nero e bianco. L’ insistente volontà di andare via con qualsiasi mezzo ( di trasporto ), realtà disegnate ed abbandonate, forse nemmeno del tutto, e tra alcune liriche non eccelse, la colpa è anche dell’argomento amoroso inflazionato all’inverosimile, versi pregevoli come in Hotel ( ” I forgot something/ at the hotel/ that must be my lover of a night ” ), che letto wildianamente piace molto. Tra l’altro, cosa mirabile a dirsi, le canzoni restano in testa senza essere deprecabili, sono suonate abbastanza bene, anche se da migliorare la pronuncia e la stessa voce pare svettare poco sugli strumenti, sono godibili pur non essendo soporifere o tanto melodiche da poter essere ficcate in una qualche compilation twee. E quei synth ! A volte perdono pezzi ma nel complesso sono il vero o quantomeno più incisivo esoscheletro della baracca. Non vi azzardate a toglierli.
Dato che mi sono accorto ora che, stranamente, la recensione è già online, non aspetto chiaramenti a miei dubbi e dico di prestare ascolto anche alla semplice ghost track. Potevo dirlo ? Vabbè l’ho detto, del resto chiunque sa che se il disco non stacca subito dopo un po’ c’è la traccia fantasma. Il minuto lo lascio trovare a voi anche perché non ho la più pallida idea di quale sia.
Sperando di ascoltare anche nuovo materiale e con una più accurata produzione ( non che questa sia male ma si potrebbe fare di più ) segnateli sulle vostre paginette.

Salford


Rockers

Bios - Looking up to the sky

Ammiriamo il cielo insieme ai Bios che con questa loro ultima autoproduzione ci offrono 8 motivi per ammirare ciò che banalmente ci ammanta, un invito a fermarsi e considerare quanto e quanta buona musica si nasconde e per cause che ormai sappiamo tutti non sentiremo mai nei circuiti radiofonici e tv specializzate.
Veniamo a Looking up to the sky, un disco indie rock oserei dire gradevolmente melodico nel quale si colgono bene inquietudini moderne Tired businessman ma allo stesso tempo si respira a pieni polmoni con la vitalità di Changes, si resta ammirati dalla leggerezza della attraente traccia di apertura Ready to fly.
In 38 minuti i Bios espandono, trasformano il loro suono per attraversare la realtà tra le mille inquietudini quotidiane. Dulcis in fondo i Bios regalano una ghost track acustica chiudendo il mini album come a rimarcare una dimensione delicata e intima.
I Bios arrivano da Merate (Lecco) la band fondata nel 1999, cresciuti nella sostanziosa scena del rock alternativo milanese. Ci auguriamo di poterli ancora ascoltare magari con qualcosa di più di un mini album.

Fausto Pedrazzini


Sonicbands

Bios - Looking Up To The Sky

Solo Otto brani per il nuovo lavoro dei Bios, band lombarda a metà strada tra Radiohead e REM.

“Looking Up To The Sky” è un album che ad un primo ascolto può sembrare piatto e senza spunti d’originalità, forse perchè la maggior parte dei brani sono dei mid-time, o per via della disposizione delle tracce, con quelle di minore intensità raggruppate all’inizio e poi via in crescendo.
In realtà per fare l’orecchio a quest’album occorre più di un ascolto, ma dopo il lavoro dei BIOS si farà apprezzare per almeno due caratteristiche: anzitutto la cura degli arrangiamenti è notevole, gli autori riservano un controllo quasi ossessivo sull’alternarsi delle varie parti della canzone, e alla lunghezza delle parti strumentali.
Inoltre un gran senso della melodia, che viene fuori prepotentemente in brani come “take me away” o “split-up”, con ritornelli che rimangono in testa fin dal primo ascolto.
Altri pezzi interessanti sono “summer is here” che rifà il verso spudoratamente ai REM, e “changes” che cerca di pescare qualcosa dalla mia memoria riguardante gli anni ‘80, ma non sono riuscito a capire che cosa.
Sicuramente non all’altezza “hotel”(e relativo synth-solo) e “tired businessman” (dove maggiori sono le possibilità di addormentarsi).

M


SentireAscoltare

Bios - Looking Up To The Sky
VOTO 5.5 su 10

Looking up to the sky dei lombardi Bios è un disco atipico per i tempi, una raccolta di suoni da ascoltare preferibilmente con un paio di scarpe da ginnastica alte ai piedi - bianche e dalle linguette enormi come quelle che andavano quando Clinton era presidente - e magari una bandana stretta tra i capelli. Anni novanta insomma, quelli di Beverly Hills 90210, dei Guns & Roses, dei mondiali di calcio in madrepatria.
A dire il vero le otto tracce del disco non rivelano apertamente il legame di parentela che si contesta loro o almeno non a prima vista. È più un aroma diffuso che permea tutto il lavoro quello di cui si parla, sostenuto magari da alcuni dettagli particolarmente eloquenti: il basso alla U2 di Hotel, le chitarre sospese tra tremolo e flanger di Tired Businessman - quasi una Fade To Black senza metal -, i richiami ad archeologie musicali lontane di Take Me Away - chi si ricorda la Spaceman delle meteore Babylon Zoo? -, i fraseggi funkeggianti di scuola Red Hot Chilli Peppers di Ready To Fly.
I Bios propongono un rock radiofonico di buona fattura sostenuto da crescendo piuttosto orecchiabili e distorsioni educate, mid-tempo attenti alle melodie e abbondanti tastiere, una musica che tuttavia, pur regalando momenti piacevoli, lascia un po’ interdetti per una sostanziale mancanza di mordente. Se da un lato infatti emergono le capacità tecniche dei musicisti - come del resto la pulizia formale del suono, assai curata - dall’altro l’esperienza di ascolto rischia talvolta di diventare troppo ripetitiva, persa com’è tra accumuli di input strumentali e soluzioni musicali contorte, tentativi di rendere i brani appetibili e idee non troppo lucide.
Un piccolo difetto di fabbricazione quello del quartetto, che ci auguriamo possa mostrare, nel tempo, una precisa data di scadenza.

Fabrizio Zampighi


LosingToday

BIOS
LOOKING UP TO THE SKY

I lombardi Bios esordiscono (dopo due demo) sulla media distanza: guardando il cielo (come dice il titolo), ma restando almeno per il momento saldamente ancorati alla terra.
Disco ‘da vacanze’, nel quale dopo la title track posta in apertura si susseguono uomini d’affari stanchi (Tired Businessman’), alberghi (’Hotel’), l’inno ad una bella stagione di ‘Summer Is Here’, che si trasfoma in un’occasione di fuga (’Take Me Away’) e di cambiamento (’Changes’), prima di un brusco ritorno alla quotidianità, non a caso richiamata dalla conclusiva ‘Every Day’.
Il tutto dominato da una malinconia da ‘vacanze agli sgoccioli’: le tematiche forse non sono tra le più originali; i suoni sono all’insegna di un indie rock con molta attenzione alla melodia, e privo o quasi di spigoli, arrichito, e forse eccessivamente addolcito da tastiere e synth.
Come un bicchiere d’acqua in estate: fresco e dissetante, ma anche piuttosto insapore.

Marcello Berlich